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Celle di San Vito su Borghi Autentici d’Italia, un piccolo Borgo tra silenzio e solidarietà

Celle di San Vito (FG), isola francoprovenzale abbarbicata a settecento metri di altitudine nell’alta Valle del Celone. Un angolo di Puglia recondito e introverso, le cui origini paiono legate alla residenza estiva dei monaci benedettini del convento di San Nicola. Un pugno di case che profuma di storia e di tradizione, il cui vociare dei duecento abitanti scorre tra vicoli e piazzette prima di perdersi nell’abbraccio boschivo circostante. Anche qui, nel marzo del 2020, è risuonato il grido della pandemia. Virginia Carosielli lavora allo Sportello Linguistico comunale e ha condiviso nei giorni scorsi sulla pagina Borghi Autentici d’Italia i ricordi di quei giorni.

Il borgo era avvolto da uno strano silenzio, profondo e sconosciuto, portato da quella tragica novità giunta all’improvviso che avrebbe arrecato tanti cambiamenti, mancanze e stranezze. Visti i suoi pochi abitanti il borgo era abituato al silenzio, ma da quella domenica tutto apparì diverso. Per la prima volta, di domenica pomeriggio, il classico gruppetto rumoroso di amiche non si era incontrato per il solito caffè e dolcetto. La settimana prima avevano festeggiato i cinquant’anni di matrimonio di Cesarina e Nardiniello….non era la festa della famiglia ma del paese e quella sarebbe stata l’ultima festa.

Si respirava una strana aria. Iniziò la settimana e le mamme, dopo qualche sera, smisero di preparare lo zaino per i bimbi. Nell’ultimo giorno di libertà i due unici bambini del paese disegnarono il grande arcobaleno come fosse stato un gioco. Poi arrivarono le disposizioni governative e anche il nostro piccolo borgo chiuse i confini. Solo che a Celle non vi sono negozi e negozietti nemmeno per l’essenziale e così la Sindaca Maria Palma Giannini non vietò all’unico ambulante di Faeto di salire quassù.

Lui, Mario, da anni si ferma in ogni piazza portando a tutti l’occorrente: tu telefoni e ordini e lui ti prepara la cassetta e te la porta a casa. Piccoli gesti quotidiani che continuarono anche nei mesi più bui. Quando il fruttivendolo raggiungeva il paese, il suo clacson riecheggiava tra le braccia del silenzio e il gruppo di WhatsApp faceva tam tam. I più anziani avevano la precedenza perché non potevano rischiare. Le due volontarie del Servizio Civile, quindi, continuarono a lavorare: si occupavano dei bisogni primari dei più fragili, consegnavano la spesa e facevano la spola con il dottore per i medicinali. Si…tutto con pochi contatti! Anche il farmacista veniva qui a Celle di San Vito da Castelluccio e si fermava davanti all’uscio di ciascuno, casa per casa.

E poi chi aveva la macchina, con autocertificazione, andava a Castelluccio Valmaggiore. Non solo per sé, ma per chiunque ne avesse bisogno. La lista della spesa era lunga e suddivisa. Guanti, mascherine e igienizzante e niente più borse, occhiali o rossetto. Lungo la strada che porta al museo, una neomamma tedesca decise di cucire le prime mascherine e di regalarle agli abitanti e fu allora che l’amministrazione comunale decise di attivarsi per acquistare altre mascherine da destinare alla popolazione.  Le due volontarie del Servizio Civile attraversavano il transatlantico, su e giù….si perché Celle di San Vito assomiglia ad un transatlantico, una unica strada con tante stradine secondarie.

Inesorabilmente e piano piano passavano i giorni e le settimane finché giunse la settimana Santa, assordante nel suo silenzio. La domenica delle Palme qualcuno sistemò un cesto di palme dinanzi al sagrato della chiesa, qualcuno più audace dispose delle palme lungo la strada. La dolce Stefania intrecciò gli ulivi benedetti perché le tradizioni, nonostante tutto, vanno rispettate e non perse.

Il pittore del borgo dipinse l’icona della Madonna sfruttando l’ampia superficie di un lenzuolo che venne sistemato su di un balcone al centro del borgo. Arrivò così il giorno di Pasqua che trascorse però come i giorni precedenti e quelli successivi. I piccoli ebbero le loro uova, forse anche più del solito perché tutti avevano un pensiero per loro: piccoli eroi barricati in casa che avevano però interiorizzato l’insegnamento delle maestre: «non si esce e quando lavate le manine contate sempre fino a sette!»

Celle di San Vito, insomma, rimase una macchiolina bianca che sopravvisse grazie a una mano dall’Alto, alla sua posizione e alle sue tradizioni. Gli abitanti, dopotutto, erano già parzialmente abituati alla quarantena, al silenzio, ai lunghi periodi invernali chiusi in casa, alle spese che duravano una settimana con uscite appositamente calcolate. Ma quei mesi bui, senza dubbio, non li dimenticheremo in fretta”.

 

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